Uruguay, "miniera"
pallonara
Poteva mancare un'occhiata al "calcio, football", oltretutto
parlando di Uruguay? Certo che no. Ecco perché le note su questo paese
dell'emisfero australe si concludono con una rivisitazione dei più noti
campioni pedatori della "Celeste", che rivedremo fra poco avversaria
degli Italiani al "Mundial" brasiliano
di Gian Paolo Bonomi
Concludo il racconto sulla mia ultima gita in Uruguay segnalando un business
nazionale davvero interessante: la creazione ed esportazione di
giocatori di Calcio.
E non si dica che l’argomento non incuriosisce. Basti pensare che nelle recenti vicende economiche del pianeta sono innumerevoli i prodotti della terra e quelli industriali, raccolti oppure manufatti eppoi commercializzati all’estero: ma che un Paese creasse ed esportasse esseri umani pedatori, beh, la vicenda è singolare non meno che astrusa. Invece accade, appunto nella Republica Oriental del Uruguay.
E per dimostrarlo non occorrono geometrici grafici o complicati studi della Bocconi. Bastano pochi numeri, dati che m’è capitato di leggere su pannelli esposti in un moderno padiglione dedicato alle info turistiche a Colonia del Sacramento (la storica, già descritta cittadina uruguagia sul Rio de la Plata – Patrimonio dell’Umanità – a lungo contesa tra gli imperi spagnolo e portoghese).
E non si dica che l’argomento non incuriosisce. Basti pensare che nelle recenti vicende economiche del pianeta sono innumerevoli i prodotti della terra e quelli industriali, raccolti oppure manufatti eppoi commercializzati all’estero: ma che un Paese creasse ed esportasse esseri umani pedatori, beh, la vicenda è singolare non meno che astrusa. Invece accade, appunto nella Republica Oriental del Uruguay.
E per dimostrarlo non occorrono geometrici grafici o complicati studi della Bocconi. Bastano pochi numeri, dati che m’è capitato di leggere su pannelli esposti in un moderno padiglione dedicato alle info turistiche a Colonia del Sacramento (la storica, già descritta cittadina uruguagia sul Rio de la Plata – Patrimonio dell’Umanità – a lungo contesa tra gli imperi spagnolo e portoghese).
Calciatori. Emigranti speciali
Nel primo
decennio di questo secolo, 1414 giovani uruguagi sono emigrati per giocare a
Calcio: 238 in Argentina, 113 in Messico, 102 in Spagna. Un’esportazione
massiccia e oltretutto in forte crescita, i cui numeri spiegano tutto, se si
pensa che l’Uruguay conta solo 3 milioni e mezzo di abitanti, appetto a 240
milioni di vicini di casa (40 milioni gli argentini, 200 i brasileros)
altrettanto football dipendenti. Solo nel 2010 emigrarono dal Paese 111
giocatori e 14 tecnici (e nonostante la penalizzazione derivante da cotanta
diaspora, l’Uruguay vinse la Copa America 2011). Il sullodato
pannello non precisava però quanti sono i calciatori uruguagi approdati nel
Belpaese e mi azzardo a conteggiarne una settantina. Posso invece, grazie a una
mia fuerte aficiòn al fùtbol, citare quelli più noti affermatisi
nel Belpaese dai lontani anni ’30 ai nostri giorni: i matusa ricorderanno
Puricelli, Schiaffino, Ghiggia, gli sbarbati, invece, Cavani, Gargano, Forlan,
Muslera. Per non parlare di quel baloss dell’Alvaro Recoba, el Chino
– da sberle quel suo sfottente sorriso - che con un solo (massimo due o tre)
gol all’anno, vabbè assai belli, faceva godere Moratti, padrùn
dell’Inter, a tal punto da essere tornato in Uruguay con tanta grana da far
stare bene i suoi cari per qualche generazione (ed è vero! ne ho avuto conferma
mediante indagini esperite a Montevideo). Ma prima di informare su storia e
gloria del Calcio uruguagio completo l’info sull’export pallonaro
aggiungendo che – giusta le regole dell’economia moderna – in Uruguay esiste
anche un import di giocatori, però scarno quanto a numeri e a know
how (trattasi di poche pippe - provenienti da Paesi calcisticamente
arretrati – sostituenti portieri, centrocampisti o punteros del posto
andati nel mondo a tirar su soldi).
Paese piccolo, ma organizzato
Da quanto
esposto si evince che il fùtbol uruguagio è speciale, diverso, merita
altre due righe. D’altro canto un po’ speciale e diverso è anche l’Uruguay.
Dove lo trovate un altro Paese che nel passato oltre a ricchezze (business
e allevamento) e folklore (il tango non è solo argentino, a Montevideo fu
composta la Cumparsita e il lunfardo, slang collegato al
tango, è di casa come a Buenos Aires) ha prodotto leggi d’avanguardia
(divorzio, diritto commerciale, educazione) e oggidì anticipa i tempi (porro
di marijuana libero, stop alle partite causa violenza, polizia via dagli stadi,
si arrangino, e chissà che qualche nostrano addetto ai lavori del balòn non
capisca) e come ciliegina esibisce un presidente (Josè Mujica) ex terrorista tupamaro
che gira su un relitto d’auto e ospita i senzatetto nel palazzo
presidenziale?
Vittoria (1950) nel mitico Maracanà
Ma tornando
al balompiè uruguagio qualcosa di misterioso e diverso lo possiede
(sennò mica esporterebbe il già descritto esercito di giocatori). Che sia la
tanto evocata (proprio a proposito delle gesta della Nazionale) Garra (artiglio,
grinta) Charrua (i fieri indios precolombiani abitanti sulla
costa del Rio de la Plata)? Va a sapere. Resta il fatto che il piccolo Uruguay
vanta la vittoria in due dei più importanti Campionati mondiali di Calcio.
Quello del 1930, perché fu il primo, e soprattutto il Mundial del 1950 e
qui si va nel mito. Creato appunto dalla vittoria, 2 a 1, nel carioca
Maracanà, con o maravilhoso futebòl brasileiro, schiantato dal gol di
Ghiggia, harakiri (sembra sia vero) non solo nelle favelas.
Peñarol e Nacional, derby continuo
Diverso, si
diceva, il Calcio uruguagio, nel senso di strano e speciale: dove lo trovate un
campionato di un Paese giocato dalla quasi totalità delle squadre della
capitale? Quest’anno 15 delle 16 squadre sono di Montevideo (e ce credo, la
città ospita quasi la metà degli abitanti dell’Uruguay, il resto sono cittadine
e paesotti).
E tra le tante squadre della ‘capitale più a sud del sud America’ svettano due Clubs: il Nacional e il Peñarol, sole sacerdotesse del Calcio uruguagio (il derby, ne hanno combattuti più di 500!, è evento nazionale).
La prima è la squadra dei señoritos, i montevideanos-bene. Il Peñarol è invece più ruspante e tanto popular da possedere uno stadio (il Josè Pedro Damiani, il cognome non stupisca, quasi il 40% degli uruguagi ha origini italiane) noto per la Garra profusa (giocatori e aficionados) ma poco ricco di posti, solo 12 mila, tant’è che la squadra gioca nel ben più capiente Centenario (Mondiali del 1930 a ricordo dell’indipendenza conquistata un secolo prima).
Chicca finale: il nome Peñarol deriva da Pinerolo.
Nella seconda metà del ‘700, Giovanni Battista Crosa, chiamato in Uruguay (come se in quella remota colonia ispanica non potessero trovare un maestro di una corale) diede il nome della pedemontana cittadina natale al barrio in cui andò a vivere. Scherzi del viaggiare: ti ritrovi in capo al mondo, disquisisci di fùtbol, poi, d’amblè, pensi al caro Vej Piemont!
E tra le tante squadre della ‘capitale più a sud del sud America’ svettano due Clubs: il Nacional e il Peñarol, sole sacerdotesse del Calcio uruguagio (il derby, ne hanno combattuti più di 500!, è evento nazionale).
La prima è la squadra dei señoritos, i montevideanos-bene. Il Peñarol è invece più ruspante e tanto popular da possedere uno stadio (il Josè Pedro Damiani, il cognome non stupisca, quasi il 40% degli uruguagi ha origini italiane) noto per la Garra profusa (giocatori e aficionados) ma poco ricco di posti, solo 12 mila, tant’è che la squadra gioca nel ben più capiente Centenario (Mondiali del 1930 a ricordo dell’indipendenza conquistata un secolo prima).
Chicca finale: il nome Peñarol deriva da Pinerolo.
Nella seconda metà del ‘700, Giovanni Battista Crosa, chiamato in Uruguay (come se in quella remota colonia ispanica non potessero trovare un maestro di una corale) diede il nome della pedemontana cittadina natale al barrio in cui andò a vivere. Scherzi del viaggiare: ti ritrovi in capo al mondo, disquisisci di fùtbol, poi, d’amblè, pensi al caro Vej Piemont!


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