Settant’anni filati “lisci come
l’olio"
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di Gian Paolo Bonomi
Gian Paolo
Bonomi
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Nella mia ormai
trentacinquenne milizia giornalistica, oltre a dichiararmi (immodestamente)
“esperto di turismo”, ho pure la sfrontatezza di proclamarmi (ancor più
immodestamente) discreto conoscitore dell’enogastronomia.
E non mi fermo
alla buona tavola del Belpaese. Penso pure di poter vantare, con estrema
iattanza, anche buone cognizioni del “mangiare e bere” in Spagna. Se così non
fosse, non avrei potuto scrivere un minidizionario gastronomico
“italiano-spagnolo-italiano”, oltretutto valutato il giusto perché pratico e
utile.
A ciò si aggiunga un minuzioso minitrattato sul “Jamòn de Pata Negra”
(fantastico prosciutto iberico). Come se ciò non bastasse, non avrei avuto la
pazienza di redigere una “miniGuida” segnalante più di cinquecento “posti dove
mangiare in Spagna: ristoranti, bares de tapas, mesones, bodegones” da me
visitati nel tempo.
Toccando “ferro”...
Ramo di olivo (Foto: Regione
Toscana)
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Considerato che cinquecento
punti dove sfamarsi sono davvero tanti, commenterei che ho raggiunto questo
minirecord “en solitario” grazie alla perseveranza, al piacere della curiosità e
soprattutto alle capacità resistenziali dell’apparato digestivo, alias la
salute.
Già. Un evviva alla salute e alla sua importanza, soprattutto se
perdurante in un contesto coinvolgente il disordinato universo dei viaggi e le
ancor più sregolate vicende dell’alimentazione (bravissimi dietologi di sé
stessi, ad esempio, gli ispettori della Guida Michelin, professionalmente
obbligati a mangiare una sola volta al giorno: ma quanto!). E di buona salute
ne godo invero abbastanza e ancor prima di dichiararlo provvedo a toccare ferro,
lasciando a spagnoli e anglosassoni la preferenza per il legno, “madera” o
“wood” che sia, con il risultato che nel mondo tutti palpano scaramanticamente
qualcosa, non si sa mai.
Buona salute dovuta a che cosa (oltre che al Fato
quando non Fortuna)?
Mah, francamente non ne conosco i motivi, non saprei
davvero chi o che cosa ringraziare. O meglio, un’idea, un sospetto lo coltivo da
tempo e lo rendo pubblico. Forse forse, il non stare poi così male alla mia
veneranda età (70 suonati) potrebbe essere merito di una alimentazione che mi ha
visto privilegiare l’olio.
Dai patri lombi, l’olio come
“amore”
Uliveti sulle colline toscane (Foto: Regione
Toscana)
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E dire che il mio approccio
all’olio non è stato dei più facili, per svariati motivi che definirei etnici,
geografici, financo politici, nonché fisiologici ed economici.
Sono infatti
venuto al mondo nel nord dell’Italia da un romagnolo e una piemontese. Ma mentre
per il padre lughese il prezioso derivato dell’oliva poteva anche rappresentare
qualcosa di non sconosciuto (tanti gli uliveti sulle colline tosco-emiliane,
versante padano di quegli Appennini che costituiscono lo spartiacque
gastronomico tra il Settentrione cucinante con il burro e il centro-sud del
Belpaese nelle cui cucine impera l’olio), per la madre Vej Piemont era
considerato un commestibile quasi misterioso.
Mi riferisco, attenzione,
all’olio di oliva originale, quello che oggi definiamo vergine o extra vergine e
durante la guerra era venduto alla borsanera come “olio-olio”, parimenti al vero
caffè (non un surrogato composto d’orzo o quant’altro similare proveniente dalle
nostre colonie ormai già ex) che al mercato nero si chiamava “caffè- caffè”.
Perché l’olio non poteva mancare nemmeno sulle tavole del Nord (si pensi solo al
condimento dell’insalata) ma si trattava di un olio che (se rapportato a quello
venduto oggidì) con le olive non aveva proprio nulla da spartire, provenendo da
semi tipo il girasole o - ricordo, chissà se questa pianta esiste ancora,
ancorché sotto altro nome - il ravizzone.
Al Nord, “battaglia” fra olio e
burro
Pace tra gli ulivi (Foto: Regione
Toscana)
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E non è che i Nordisti
italici disdegnassero l’olio per preconcetto o per motivi campanilistici o
economici. No, è che in molti casi (ad esempio la “componente piemontese” della
mia famiglia, con la zia che condiva la “sua” insalata con un che dall’aspetto
molto acquoso) l’ “olio-olio” risultava eccessivamente pesante, stranamente (per
stomaci che divoravano financo salami affondati nel grasso e la pesante
“cassoela” longobarda) poco digeribile.
Beninteso, questa sorta di
“oliofobia nordica” non escludeva l’esistenza dell’ulivo nell’Italia padana e
subalpina (né di alcuni piatti a base di olio, si pensi alla “Bagna Caoda”, il
cui condimento era commerciato con l’altro ingrediente, le acciughe, dagli
“anciuàt” provenienti dalla vicina Liguria).
Non solo: proprio nel nord del
Belpaese l’ulivo ha conseguito il lusinghiero record mondiale della coltivazione
alla più alta latitudine. Un tempo detenuto (o quantomeno vantato) da Arco (nel
Trentino, pochi chilometri a nord del lago di Garda) il primato si è trasferito
nel Friuli Venezia Giulia.
Elegia dell’olio in etichetta
La raccolta (Foto: Regione
Toscana)
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Già presente ai tempi dei
Romani (Friuli, da Forum Iulii, di Giulio Cesare), abbandonata nei secoli bui,
rilanciata dall’imperatrice Maria Teresa (mediante un contributo di due fiorini
per ogni pianta interrata) e poi nuovamente dimenticata, la coltivazione
dell’ulivo è stata recentemente ripresa nelle terre del Collio dal conte
Formentini (una cui ava portò in dote il Tokaji a un nobile sposo ungherese).
Ulivo pertanto non totalmente sconosciuto nel nord Italia, ma dalla
coltivazione circoscritta a piccole zone (lago di Garda, il citato Appennino)
per una produzione di olio che si potrebbe sportivamente definire
dilettantistica, familiare, raramente “industriale” (e comunque di modeste
dimensioni). Considerati poi tutti i costi della manodopera e la scarsa
redditività del frutto, ne deriva che produrre olio a livello “casareccio” è
sinonimo di un lusso che molti non si possono permettere (tanto per fare due
conti, un litro di olio imbottigliato - con una resa media di olive del 15% da
una pianta adulta e da circa quindici chili di frutto - al piccolo produttore
“famigliare”, costa non meno di 20 euro).
Ma la passione (e la certezza di
degustare una cosa buona) è tanta e non inferiore al timore che quanto venduto
al supermarket a prezzi di molto inferiori possa essere prodotto più dalla
chimica che dalla Natura. Una passione non disgiunta da poetico entusiasmo, a
giudicare da quanto scrive un amico medico - possidente di un fazzoletto di
terra avita sul Garda - sull’etichetta dell’ “olio di famiglia”: “Praticamente
miracoloso, splendido per condire, aromatizzare, insaporire, cucinare, rosolare,
soffriggere, ottimo da assaporare, degustare, centellinare. Gli si riconoscono
virtù tonificanti, terapeutiche, medicamentose, lubrificanti, officinali e
cosmetiche. Si dice che seduca con doti di magia e sortilegio; susciti incanto,
estasi, malìa e meraviglia dei sensi. Fidando nelle sue qualità prodigiose, in
esso si ripongono l’augurio e la bieca speranza che possa essere anche
stimolante afrodisiaco”.
Un’altra “battaglia”: fra Italia e
Spagna
E la mia (benefica) “aficiòn” all’olio? Beh, nacque col
tempo, legata alle mie vicende professionali. Ritrovatomi a viaggiare sempre più
sovente nella mia “querida” Spagna, dove l’Aceite (olio, da “aceituna”-oliva) è
da sempre vincente sulla mantequilla-burro (mentre in Italia il primato è
divenuto schiacciante solo in date più recenti) dell’olio divenni non solo
estimatore ma pure utente.
E arrivai pure (ebbene lo ammetto, sono un
traditore, un transfuga, un rinnegato, ma ho sempre tenuto per i deboli, gli
oppressi dai potenti) a “tenere” per i produttori d’olio spagnoli che
combattevano una sorta di “Guerra di Indipendenza” contro gli italiani.
Accadeva infatti negli anni Sessanta che i nostrani imprenditori, arricchiti
dal boom noto anche come “miracolo economico”, invadessero la Spagna a comprare
(per due soldi) oleifici e uliveti, da cui una produzione di olio venduto come
“made in Italy” sui mercati del Belpaese. Ma da qualche lustro le fortune di
Spagna e Italia si sono invertite ed ecco oggidì gli iberici - dopo aver
ricomprato quanto un tempo dovettero svendere - vantare una “industria oleicola”
che produce e vende sui mercati mondiali, ("producto de España") l’olio un tempo
etichettato “made in Italy”. I tempi cambiano; “panta rei”, tutto scorre.
Andalusia, paradiso degli
ulivi
Andalucia,
Olivares
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In Spagna se dici “olio”
pensi contestualmente all’Andalusia e grazie a quella fantastica macchina
fotografica che è l’occhio umano ripercorri il verde mare delle province di
Cordoba e di Jaèn (una cui località, Martos, si proclama “el mejor olivar del
mundo”). Una enorme superficie non d’acqua ma di alberi, mossa dalle onde create
dalle tante colline che si sovrappongono fino a perdersi nell’orizzonte.
In
primavera, con il colore della terra rosseggiante ravvivato dalla pioggia, il
contrasto con il grigioverde degli ulivi e il blu del cielo dà vita a panorami
indimenticabili.
Olio, dunque, non solo nel senso di salute ma anche
di cultura, di turismo. Per non parlare di storia, con un pensiero
alla fatica, all’oceano di sudore sparso nei secoli per ottenere questo prodigio
tipicamente mediterraneo; al lavoro silenzioso dell’umile contadino, dalla
raccolta dell’oliva alla sua trasformazione nel frantoio del Sud Italia e nella
“almazara” (nome arabo per eccellenza) spagnola.
Valga per tutti ricordare
quanto Paco Ibañez celebra in “Andaluces de Jaèn” (traduzione superflua): “Quièn
levantò los olivos? No los levantò la nada, ni el dinero, ni el señor, sino la
tierra callada, el trabajo y el sudor ... cuantos siglos de aceituna, los pies y
las manos presos, sol a sol y luna a luna, pesan sobre vuestros huesos!”.
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